l'Istituto di oncologia festeggia il primo anno di vita

Allo studio quattro nuovi e importanti progetti

L’ 1 settembre 2010, ovvero poco più di un anno fa, avveniva la fondazione dell’Istituto di Oncologia del Policlinico di Monza, diretto e coordinato a livello clinico e scientifico dal Professor Emilio Bajetta. La struttura si caratterizza per un approccio multidisciplinare e per una metodologia organizzativa unica nel panorama nazionale.“ L’interazione fra diversi professionisti di elevato livello – spiega il Professor Emilio Bajetta – fa sì che all’Istituto di Oncologia avvengano prestazioni in precedenza mai realizzate. All’IdO afferiscono infatti strutture diverse: mediche, chirurgiche, di radiologia dedicata e Di medicina biologica. Strutture che permettono, tramite un’interazione sapientemente organizzata, che le patologie tumorali siano meglio analizzate. Anche in situazioni critiche, riusciamo ad offrire percorsi terapeutici lungo i quali tale approccio multidisciplinare offre un trattamento integrato che riesce a controllare la malattia, offrendo prestazioni di alto livello. Prestazioni quali una chirurgia assolutamente dedicata, una radioterapia pari per tecnologia a strutture americane, oltre a terapie biologiche e ormonoterapia. Infine il nostro Centro può mettere a disposizione del paziente anche prestazioni di chemioterapia mirata, che danno risultati prima insperati e irrealizzabiil. I colleghi medici delle aree di Milano e della Brianza – prosegue Bajetta – si sono accorti dell’esistenza di questo nuovo modo di lavorare e inviano a noi un cospicuo numero di pazienti. Da noi è presente un approccio di umanizzazione della cura importante. Ormai, sia per quanto riguarda la multidisciplinarietà siamo un modello.Questo perché da noi il paziente si sente seguito e curato e tale percorso non viene semplicemente applicato,ma anzi il protocollo viene costantemente migliorato. Anche la struttura logistico-architettonica del Policlinico di Monza, con i suoi spazi verdi, svolge un ruolo importante”. Proprio perché le sfide dell’Istituto di Oncologia continuano, in cantiere adesso ci sono quattro nuovi progetti, di cui due sono già stati varati,mentre i restanti due lo saranno nel corso dell’autunno. “Il primo di questi progetti – conclude Bajetta – riguarda il trattamento del carcinoma dello stomaco, il quale, anziché essere avviato alla chirurgia subito dopo la diagnosi come solitamente avviene, viene invece trattato tramite chemioterapia o radioterapia preventivamente all’intervento chirurgico. Questo progetto ha l’ambizione di aumentare le probabilità di sopravvivenza dei pazienti. Il secondo progetto riguarda invece la possibilità di eseguire da casa propria un trattamento chemioterapico per via orale per i pazienti operati radicalmente di tumore del colon o del retto. Se all’esame si presentasse rischio di metastasi, questi pazienti potrebbero eseguire un’ulteriore cura chemioterapica della durata di circa cinque mesi tranquillamente da casa propria. I rimanenti due progetti, che sono quelli ancora da varare, riguardano due differenti problematiche. Il primo prevede la possibilità di aiutare i pazienti affetti da tumori a bassa incidenza o rari, che solitamente devono affrontare spese cospicue di viaggio per potersi recare nei Centri dedicati. Ecco, noi vorremmo dare una risposta anche a questo problema, con l’utilizzo della telemedicina. Il secondo e ultimo prevede invece la compilazione di un database per individuare la possibile storia naturale di un tipo di tumore raro sul territorio come i carci carcinoidi. Il database è già in costruzione”.

CENTRO EPATOBILIO PANCREATICO: INTERVENTI E NUMERI ECCEZIONALI

In Brianza, oltre all’Istituto d’Oncologia, di cui fa parte, esiste da ormai nove mesi anche una struttura d’eccellenza a livello nazionale per i tumori di fegato, pancreas e reni. È il Centro Specialistico Epatobiliopancreatico del Policlinico di Monza diretto dal Professor Adelmo Antonucci. Una struttura caratterizzata da un approccio organizzativo multidisciplinare e che, nonostante sia stata istitutita di recente, è già in grado di attrarre un 50% di pazienti di altre Regioni. “Il Centro – spiega il Professor Adelmo Antonucci – è strutturato in modo da poter raccogliere professionalità dedicate alle differenti specialità che afferiscono a questo particolare settore. Infatti la Chirurgia Epatobiliopancreatica si integra e si relaziona continuamente con l’OncologiaMedica, la Radioterapia e la Radiologia. Tutto questo per offrire un servizio di alta specialità e relativo soprattutto ai tumori di fegato, pancreas e vie biliari”. Il Centro, parte integrante dell’Istituto di Oncologia inaugurato a settembre dello scorso anno con l’arrivo del Professor Emilio Bajetta, vanta già numeri rilevanti. Nei soli quattro mesi successivi all’inaugurazione erano infatti già state eseguite 16 Epatectomie maggiori, 6 Resezioni pancreatiche e ben 60 interventi di Chirurgia oncologica gastrointestinale. Questi impegnativi interventi sono stati supportati da un elevatissimo livello tecnologico e a volte utilizzando anche tecniche innovative. E nel campo delle innovazioni menzioniamo la Litotrissia percutanea trans epatica mediante la quale siamo in grado di frantumare i calcoli nelle vie biliari senza sottoporre il paziente ad intervento chirurgico. “Ci tengo a sottolineare – prosegue Antonucci – che questo numero relativamente elevato di interventi deriva dal fatto che c’è una grossa richiesta perché si tratta di tecniche chirurgiche molto delicate, che possono essere eseguite solo in strutture dotate di personale estremamente esperto e qualificato, oltre che della tecnologia necessaria a questo tipo di attività.Tutti requisiti di cui il Policlinico di Monza dispone sin dal mio arrivo nello scorso mese di febbraio e che fanno sì che la richiesta stia aumentando.Un’escalation che potrebbe presto portare il Policlinico diMonza a divenire un centro di riferimento per le patologie oncologiche e gastrointestinali e soprattutto per le patologie del fegato e delle vie biliari.Un’altra considerazione è che questo tipo di attività, per il forte rischio corso dai pazienti, necessita una forte assistenza anche in fase di riabilitazione. Questo si misura nell’esperienza del personale infermieristico e appunto riabilitativo. I buoni risultati raggiunti sino ad ora denotano quindi la presenza di una professionalità multidisciplinare”. I risultati della struttura sono del resto già tangibili: pochi mesi fa l’equipe del Professor Antonucci ha infatti realizzato con successo un intervento di particolare complessità su una paziente 70enne giunta da un’altra struttura ospedaliera e colpita da lacerazione duodenale.Un intervento reso possibile grazie al coordinamento di tutte le risorse del Centro e ovviamente all’efficienza dell’organizzazione delle sale operatorie, della Rianimazione e del personale medico ed infermieristico che ha espresso ilmassimo della professionalità. “La paziente – spiega Antonucci – versava in condizioni critiche, con una lacerazione persistente da alcuni giorni. Per questo è stato necessario asportare in blocco parte dello stomaco, la testa del pancreas, parte della via biliare, il duodeno e il colon ascendente.Questo è un intervento solitamente gravato da altissima mortalità che, grazie al lavoro di tutti i professionisti del Policlinico, ha riportato la paziente a una vita normale”. L’indicazione, che segue immediatamente la diagnosi, è il primo atto che impegna il Chirurgo in maniera totale e critica, coinvolgendolo non solo sul piano delle conoscenze tecnicoscientifiche e della propria esperienza, ma anche e soprattutto sul piano umano nel rapporto fra due Soggetti, il Medico ed il Paziente, uniti dalla comune esigenza di assicurare la salute ed il benessere del Paziente non solo nei confronti della malattia, ma anche per la qualità della vita di tutti i giorni. Entrano pertanto in gioco numerosi fattori legati all’età, alle condizioni socio-familiari etc., che non sempre possono essere a conoscenza delMedico. Sicuramente però andranno valutate le previsioni di risultati conseguenti all’intervento in rapporto alla malattia .Un esempio che continuamente si affaccia alla mia mente deriva dalla grande attività chirurgica da me svolta nell’ambito delle Cerebropatie infantili ove tutta la Famiglia del piccolo Paziente è coinvolta. È una chirurgia tecnicamente semplice, ma estremamente pericolosa per i risultati che sono condizionati, appunto, dalle indicazioni. Un intervento simbolo di tale situazione è un semplice, vorrei dire banale, allungamento del Tallone di Achille, che può trasformare un piede spastico da equino a talo con cedimento in flessione dell’arto tale da rendere impossibile la stazione eretta e la deambulazione senza tutori. La Gonartrosi non è sicuramente una patologia difficile da diagnosticare e da valutare nella sua evoluzione specie con i moderni mezzi diagnostici. Sembrerebbe quasi “automatico” porre una indicazione chirurgica semplicemente con le attuali conoscenze sui risultati ottenibili con la terapia conservativa o con le diverse tecniche chirurgiche dalle artroscopiche ed innesti cartilaginei alle osteotomie ed infine con le protesi monocompartimentali o totali che siano. Eppure non è così! La classificazione della gonartrosi da me proposta ed alla quale mi sono sempre attenuto nel porre l’indicazione terapeutica distingue in quattro stadi le manifestazioni anatomo-patologiche e cliniche della malattia nel suo divenire. Il primo stadio è quello caratterizzato dalla patologia della cartilagine articolare che è la protagonista della degenerazione artrosica fin dal suo inizio, cui si associano le manifestazioni flogistiche capsulo-sinoviali (stadio della flogosi ove l’artrite e l’artrosi confluiscono). Nel secondo stadio si producono le alterazioni dell’osso specie sub condrale con addensamento e comparsa di geodi ed osteofiti e coinvolgimento meniscale. Sono indicate le osteotomie o le protesi monocompartimentali quando le lesioni coinvolgono prevalentemente un compartimento. Nel terzo stadio le manifestazioni ossee sono generalizzate a tutta l’articolazione e compare la lesione del legamento crociato anteriore “strozzato fino alla tmesi” dagli osteofiti della gola intercondiloidea. È il momento della protesi totale a scivolamento nelle sue varie versioni. La perdita del crociato posteriore non è frequente e non pone semplicemente la scelta di una protesi posterior stabilazed che è condizionata da varie riflessioni come la possibilità di ottenere una sua giusta tensione o le protesi disced, molto modellate. Nel quarto stadio infine vi è un cedimento globale delle strutture di controllo cinematico dell’articolazione, ossee e capsulo legamentose fino al coinvolgimento dei legamenti collaterali per cui si deve ricorrere alle protesi vincolate sebbene rotanti. Fin qui le mie conoscenze ed opinioni (discutibili) sulla stadiazione della gonartrosi e conseguenti indicazioni sulla base delle alterazioni anatomo-chirurgiche e cliniche. Il sottoscritto, Professor Francesco Pipino, direttore scientifico del Dipartimento di Ortopedia del Policlinico di Monza, ha sperimentato la gonartrosi non solo da medico, ma anche da paziente, potendo così verificare in prima persona la professionalità della struttura in cui presta servizio. La validità di un medico infatti è di sapersi immedesimare nelle esigenze dell’io del paziente. Come paziente ero affetto da una gonartrosi destra nel terzo stadio in un contesto di “buona salute”, pur con una poliartralgia di natura sconosciuta, sieronegativa, che obbliga all’uso di FANS da più di 20 anni e non impedisce una intensa attività anche fisica, pur avendo compiuto gli ottanta anni. L’indicazione ad una protesi totale appare chiara sul piano anatomo-patologico e clinico; le buone condizioni generali la consentono e gli 80 anni vanno considerati in rapporto alla “volontà di fare” che ancora sussiste. Certo che l’età non la controindica, poiché o adesso o mai più. Arrivato alla conclusione che la protesi vada fatta vengono spontanee le domande: quale protesi? Di che ditta? Quali materiali? Cementata a ibrida o no? A piatto tibiale fisso o mobile? A conservazione del legamento crociato posteriore o no? Impiantata con 5° di valgo? E la sloop posteriore tibiale di quanti gradi? Ed altre ancora. A questo punto del mio riflettere si è presentata alla mia mente con forza una considerazione: ma tu sei il paziente e non il chirurgo e pertanto ti spettano solo tre scelte. In primis, operarsi di protesi totale di ginocchio? In secondo luogo, dove? E terzo, con quale Chirurgo Ortopedico? Le risposte a tutti i quesiti di cui sopra saranno delegate al chirurgo che a sua volta ti farà partecipe delle sue risposte e proposte. E così mi sono detto: sì, voglio operarmi. Dove? Ovviamente al Policlinico di Monza dove lavoro e dove ho potuto apprezzare l’eccellenza sanitaria. Ho scelto proprio la sala operatoria dove lavoro tutti i giorni, in una struttura in cui ripongo la più piena fiducia. Con quale chirurgo? Tra i miei molti allievi sparsi un po’ in tutta Italia il Dott. Augusto Palermo è sicuramente uno dei più validi, è cresciuto con me sin dalla laurea e lavora attualmente presso le strutture del Policlinico di Monza. Detto fatto, il 21 luglio sono stato operato a Monza dal Dott. Augusto Palermo, coadiuvato dal Dott. Cimmino e dal Dott. Cannizzaro. Anestesista la dolcissima Dott.ssa Anna Moruzzi che con il suo garbo mi ha convinto di fare una anestesia spinale, mentre io amo quella generale da vecchio Chirurgo. Dall’intervento in poi non ho più pensato ai vari problemi,ma semplicemente mi sono fatto una promessa: se farai a tempo nel prosieguo della tua attività dovrai trovare il modo di rendere “indolore” o quasi l’intervento di protesi di ginocchio. Infatti, a differenza della protesi d’anca, quella di ginocchio provoca molto dolore, difficilmente sopportabile. Sarà proprio un’utopia l’Ospedale senza dolore. Spero di no. Dopo 5-6 giorni di fase postoperatoria acuta, sono stato trasferito da Monza all’Istituto Clinico Valdostano di Saint-Pierre, struttura riabilitativa anch’essa afferente al Policlinico di Monza. Il mio apprezzamento e la mia ammirazione per tale struttura e per il personale sanitario ed amministrativo che in essa opera spero non mi spinga a diventare enfatico. Fin dal primo momento infatti quando vieni accolto con il sorriso ed il garbo tipico del Piemonte-Valle d’Aosta ti senti confortato, una atmosfera di solidarietà e fratellanza ti aiuta ad affrontare una prova difficile come la riabilitazione di una protesi di ginocchio (ove il dolore continua ad essere uno sgradito compagno di viaggio). In più nel mio caso mi sono ritrovato nei luoghi della mia adolescenza: dall’ampia finestra della bella camera riservatami (peraltro uguale a tutte le altre) vedevo la città di Aosta e le montagne che la circondano: la Becca di Nona e l’Emilius, la conca di Pila e la Catena del Drenc, la splendida Grivola sempre innevata. Quanto cammino ho fatto su quelle montagne e quante emozioni sia per l’impatto con la natura che durante e dopo la 2° guerra mondiale quando i mei amici appena più vecchi di me e mio fratello erano fra i partigiani o prigionieri in Germania. Forse anche questi ricordi mi hanno aiutato a superare felicemente la convalescenza. Sicuramente lo hanno fatto con il loro lavoro di altissima qualità i terapisti Roberta Eridano e Paolo Restagno in palestra e Paolo Annibalini in piscina. Con uno spirito quasi goliardico il personale riusciva a creare fra i pazienti uno spirito di gruppo che precludeva all’amicizia e che insieme al senso di appartenenza e di orgoglio di tutto il personale creava quella atmosfera tanto utile per ricercare la guarigione ed il reinserimento nella quotidianità di pazienti spesso anziani e provati dalla malattia, specie nei casi neurologici. Nel mio caso il periodo di convalescenza è durato due mesi, dopodiché ho potuto riprendere la mia attività lavorativa. Personalmente mi sento di dover ringraziare tutto lo staff, che vorrei citare uno per uno, degli operatori del Centro Clinico Valdostano, ma mi limiterò a ricordare per concisione il Direttore sanitario Dott. Luciano Rassat, il Dott. Enzo Bigo sempre solerte e vicino al paziente. Con la sua grande umanità e professionalità la Dott.ssa Marina Lavinia Saracco che è l’anima della struttura. Da ultimo una considerazione che mi è venuta spontanea mentre lasciavo il Centro vedendo il Castello di Saint-Pierre, detto il castello delle fate per la sua struttura “a Pinnacoli” come nei films di Walt-Disney: forse le fate si sono trasferite dal vecchio Castello al nuovo Centro Clinico Valdostano?”